Questo inizio d’anno, più del solito, mi hanno colpita la quantità di messaggi e stimoli presenti in questi giorni sulla cultura della performance e del benessere ad ogni costo. L’inizio di un nuovo anno è sempre stato motivo di porre buoni propositi, ma nell’ultimo periodo, soprattutto da chi si occupa di benessere, noto che questa cosa avviene in modo esponenziale. Per quanto mi riguarda, ricevere così tanti stimoli improntati al migliorarsi, pensare in positivo, visualizzare i nostri ideali, mi ha generato un senso di disagio e inadeguatezza, per cui ho pensato di approfondire questo sentimento ed esporre una riflessione qui con voi.

Il pensiero positivo e l’instaurare un atteggiamento di conseguenza che porti al raggiungimento di un nostro sé migliorato è ovviamente una cosa bellissima e giusta da fare, il disagio e il conflitto che vedo emergere sta però nel voler eliminare tutto il resto per raggiungere questo “scopo”.

Tanti di questi messaggi infatti hanno la conseguenza implicita (consapevole o meno) di negare e far negare a chi accoglie queste “sfide” il proprio lato debole, oscuro, il lato umano reale insomma.

Il maggiore riferimento per me in questo tipo di argomentazioni e riflessioni è Ram Das, qui una conferenza in cui tratta proprio questa tematica, se avete voglia vi consiglio davvero di dedicare 2 ore ad ascoltarla, soprattutto se vi sentite sopraffatti dalla cultura del “positivo a tutti i costi”.

Il punto cruciale che vorrei portare alla luce è proprio l’analisi sulla nostra capacità di vivere nel mondo in modo completo, con tutte le sue sfaccettature (belle ma anche brutte) ed essere capaci di accoglierle, veramente e senza esclusione di colpi, piuttosto che assumere un atteggiamento ipocrita, fintamente positivo, che va invece a lavorare come scudo per non sentire, per rifiutare di fare esperienza di ciò che ci fa paura, con la scusa della visione spirituale del tutto.

Non bisogna fingere per compiacere gli altri, ma sentire come stiamo in ogni momento, e accoglierlo, senza colpevolizzarci, perchè ogni sensazione, ogni parte di noi è qui per un motivo.

Le pratiche spirituali non dovrebbero servire come uno strumento per non vedere ciò che ci fa male, nascondendolo con finto benessere e positività sempre presente, ma come un modo per accogliere ed accettare tutto, soprattutto quello che ci fa male vedere. E’ proprio li che si trovano le opportunità di cambiamento e crescita interiore, altrimenti stiamo solo fingendo e non rispettando noi stessi.

La vera serenità e gioia in ogni cosa si raggiunge in questo modo, cito qui proprio un estratto dalla conferenza:

“[…]Because the more you open up to the suffering of the universe, the more the easiest way to handle it is to go up (refusing the “world stuff” and just being spiritual), it’s much harder to stay down and to stay open, to feel the pain.

The freedom is to be able to see the perfection of the universe and to be able to experience the pain too. There is nothing we can do except work hard to relieve the suffering. […]

You need to open to the horrible beauty of that all and be able to bear it, balancing it.

So you can throw yourself into life more freely, with faith.”

Namastè!

Clara

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